O Musa, dammi del tuo dolce ingegno,

ché dir vogl’io d’un lido a me sì caro

che nel mio cor lasciò perpetuo segno.

Non d’arme canto né d’atto amaro,
ma d’un paese ove la vita marina
fa l’alma lieve e il ciel par più chiaro.

Quel loco ha nome Bova Marina,
dove l’azzurro al mare si confonde
e il cor dell’uom alla memoria s’inchina.

Quivi il mio piè seguì le prime onde
quando fanciullo correva alla riva
là dove il sol nell’acque si risponde.

Là stava Rocca del Capo terra viva,

sottile lingua di sabbia lucente ove l’estate

eterna si nutriva.

Il ciel pareva scender dolcemente
a specchiarsi nell’acqua cristallina
che al guardo dava pace riverente.

Sovra il promontorio stava la divina,

Madonna che veglia il nostro mare custode

pia di tutta la marina.

Ella mirava il largo e il navigare,
qual madre attenta che attende ritorno di chi

sul flutto ardisce navigare.

Talora il mar, nel chiaro mezzogiorno,

era carezza lieve sopra il lido che al cor

donava pace e lieto giorno.

Talor d’inverno alzava oscuro grido
con onde nere e vento furioso
che parve antico e misterioso nido.

E là sorgea, nel sole luminoso,
la Roccia Bianca, immobile e sovrana,

custode muta d’un tempo gioioso.

Là sedevamo sulla spiaggia piana
coi piedi colmi di salmastro ardore
credendo eterna l’ora meridiana.

E mentre il dì calava nel calore
udiasi lento sopra il litorale
venir da lungi un ferro viaggiatore.

Era la vecchia via del treno uguale,
la littorina che al paese dava
un suon metallico e quasi rituale.

Un solo carro lento trascinava
tra cicale e vento del meriggio
e l’aria calda intorno gli cantava.

Pareva antico sogno o gran prodigio

che il tempo stesso lento accompagnasse

lungo la riva piena di prestigio.

Poi la sera col gelsomin tornasse

a sparger dolce e mite sua fragranza

che sopra i muri antichi si posasse.

E mentre il ciel mutava sua sembianza

venia talvolta un vecchio pescatore pedalando

con semplice baldanza.

Dietro la bici avea cassetta e odore
di mare fresco e d’alba mattutina
che sapeva di vita e di sudore.

Sotto le case alzava la marina
voce che il borgo desto richiamava
gridando forte: “Costardelle!” in rima.

E quella voce il vento riportava
tra i balconi, tra il dialetto e il riso
che tutta la contrada illuminava.

Così vivea quel mondo condiviso
tra sale, sole e vento del mattino
che al cor pareva quasi paradiso.

E quando or penso al tempo pellegrino

che l’uom conduce lungi dal suo mare

mi torna vivo quel ricordo fino.

Ché se il mondo talvolta appare amaro

io chiudo gli occhi e torno alla marina

dove il mio spirto fu sereno e chiaro.

Rivedo il sol bagnar Bova Marina,
sento il gelsomin, l’odor del mare,
e l’onda antica che alla riva inchina.

Allor comprendo senza più esitare
che patria tal non lascia il cor umano:

è mare, libertà e sogno dentro il mare.

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✶ IL CANTO DELLA MARINA ✶

In Bova Marina

Anno Domini

MMXXVI